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01/12/2016, 13:48





 L’elefante o "liotru" e le maschere del Vaccarini simbolo di Catania



Sono sotto “u liotru”, sono nel centro di Catania. Piazza del Duomo mi accoglie e l’elefante nero di pietra lavica mi dà il benvenuto nella città barocca per eccellenza. La mia prima foto è proprio per lui, l’emblema della città che sormonta l’omonima fontana al centro della piazza. Sul lato est della piazza domina la Cattedrale di Sant’Agata, il duomo della città. Dedicata alla patrona di Catania, l’edificio religioso è stato più volte distrutto dai terremoti e dalle eruzioni vulcaniche. Ma questo è il destino di una città che ha sempre fatto i conti con la prepotenza del vulcano che incombe. Molti sono gli edifici ricostruiti in stile barocco siciliano per lo più grazie all’opera dell’architetto Gian Battista Vaccarini, come la facciata della stessa cattedrale nel 1711. Il suo interno è maestoso e, come spesso accade, la sua imponenza m’incute un senso d’impotenza. L’enorme portone è spalancato sull’assolata piazza e una tenda nera impedisce al sole d’ illuminare la fredda navata a lutto: è la vigilia di Pasqua. Nella piazza è tutto un fermento. Sul lato ovest, alle spalle della fontana dell’Amenano, alimentata dalle acque dell’omonimo fiume sotterraneo, c’è la “Pescheria”. Mi addentro in questo caratteristico mercato attratta delle urla assordanti dei venditori di pesce. Tutt’intorno ci sono bancarelle addossate l’un l’altra e ovunque c’è un acquitrinio misto al sangue del pesce che viene bagnato per conservarne la freschezza. Più avanti i banchi dei macellai mi riportano in un mercato marocchino. La quaresima sta per finire e i divieti del nostro “ramadam” avranno il loro epilogo nei festeggiamenti del giorno di Pasqua. Agnelli e capretti, appesi quasi ovunque, ostruiscono il passaggio e i banconi all’aperto, pieni di ogni tipo di carne, sono affollati tra le viuzze gremite e assordanti. Riconquisto la libertà di un passo spedito e risalgo via Etnea. Voluttuosi palazzi barocchi, per lo più anneriti dallo smog cittadino, prepotentemente attirano lo sguardo con i loro balconi sorretti da volti ghignanti, bugnati finemente decorati e portoni incorniciati da nudi leggiadri. Tre chilometri si stendono da sud a nord, da Piazza del Duomo verso la vista dell’Etna. Piazza dell’Università, i Quattro Canti, l’anfiteatro romano si susseguono racchiudendo un patrimonio architettonico ineguagliabile annoverato dall’UNESCO. 

Pieni e vuoti, geometrie convesse e concave caratterizzano le facciate di molti edifici religiosi: la Chiesa della Collegiata e la Badia di Sant’Agata ne sono un caratteristico esempio. Il peregrinaggio per le numerose chiese raggiunge l’apice nella settecentesca via Dei Crociferi: ce ne sono quattro in pochi metri che velocemente visito prima che vengano chiuse in osservanza delle usanze del periodo. Ritornando sui miei passi verso l’Anfiteatro, risalgo fino alla Villa Bellini. E’ qui che posso finalmente riposarmi e dissetarmi come uno dei cigni che nella fontana si protendono in cerca di frescura, per poi cedere alla tentazione di prelibati arancini di ogni specie. La sera, nel Duomo, è solenne la liturgia della veglia di Pasqua. “Lumen Christi” e le candele dei presenti accendono le fredde e buie navate, mentre la vita notturna prosegue nei dintorni del Teatro Bellini dove ragazzine “barocche”, dall’abbigliamento improbabile per un sabato sera qualunque, barcollano su tacchi vertiginosi “scimmiottando” le starlette della TV. Per la stesura di questo articolo, si ringrazia Marisa Coluzzi, nonchè il sito “Il Reporter” dove era già stato pubblicato.



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